Abstract
Gramsci ha sviluppato risorse teoriche che rispondono ante litteram alla rimozione della storia che caratterizza in larga misura il pensiero contemporaneo. Egli critica giustamente le concezioni dogmatiche della storia e respinge l’espressione «filosofia della storia». Ma non ha abbandonato il progetto stesso e ha affrontato le questioni classiche della filosofia della storia. Si è quindi chiesto quali siano le forze motrici della storia, chi siano i suoi soggetti e quale sia il suo senso, pur ritenendo che le risposte a queste domande siano sempre provvisorie, in quanto condizionate dalle attività e dalle lotte umane. La dialettica tra la consistenza del processo storico e la sua apertura alla praxis è quindi al centro del suo approccio. Ecco perché Gramsci sviluppa una filosofia della storia di tipo nuovo. Essa mira a produrre effetti storici ed è essa stessa pratica. Situata all’interno del processo storico, si concepisce come tale e si rivela quindi immanente e riflessiva. Costitutivamente aperta all’attività umana, è aperta principalmente a quella dei subalterni, che cerca di esprimere e intensificare: il modo migliore per descrivere una tale filosofia è quindi dire che essa è democratica.

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